Brigantaggio a Canistro

“Un Binomio difficile da coniugare”

di Marcello Petrella

Lo storico Villari nelle sue “Lettere Meridionali” scriveva: “Il Brigantaggio è il male grave che possiamo osservare nelle nostre campagne. Esso è certo come è nato, la conseguenza di una questione agraria e sociale, che travaglia tutte le province meridionali“. Le cause di tale fenomeno sono riconducibili alla generale arretratezza, alla crisi economica e culturale. La Valle Roveto, come gran parte dei territori del Mezzogiorno, dal 1860 al 1870, fu teatro di scontri fra bande brigantesche che favorirono il regno Borbonico, contrari ai nuovi arrivati. Sembra opportuno rilevare che ogni Borgo della Valle Roveto abbia avuto il proprio covo o il proprio Brigante: “Frà Diavolo, Giorgi, Mattei, Alonzi, etc.”.

E’ interessante notare come in qualsiasi libro che tratti dell’argomento Canistro vive ai margini, forse per la sua ubicazione, forse per la sua occupazione, forse per l’indole pacifica e tranquilla dei suoi abitanti, o forse perché è rimasto sempre chiuso nel suo mondo, poco incline alle novità alle avventure e ai rischi. Un registro Militare, citato da Danilo Vernarelli nel 1804, trascriveva i nomi delle persone assenti sospettate di brigantaggio altrechè renitenti alla leva e i fuggitivi, e non c’è alcuna mensione di Canistro.

Di Canistro si dice che nel 1804 il 5 Luglio, vennero arrestati con l’accusa di manutengolismo (tenere nascosti i malati), Sante De Blasis, De Tensio Carolina e Clementi Maria, tutti di Civitella Roveto. Dall’archivio del 44° Reggimento 12° Compagnia Morino 1862 si legge “Da Canistro fu spedita una pattuglia pure del 6° Granatieri verso Peschio Canale onde procedere all’arresto di un individuo sospetto di aver esternato parole allarmanti, il quale dopo arrestato venne lasciato in libertà perché l’età sua lasciava supporre che non fosse capace di aver detto cosa alcuna che potesse essere contraria all’ordine attuale delle cose”.

Forse Canistro per la sua vicinanza allo Stato Pontificio, forse per i suoi boschi fitti, per le sua alte montagne sarà risultato molto ospitale per i Briganti della Valle. Vecchie tradizioni popolari orali localizzano situazioni, luoghi, posti di tesoro dei Briganti negli anfratti, nelle caverne, nei nascondigli delle impervie montagne che circondano Canistro. Circola fra noi ancora un detto, quando un genitore risponde seccato alle insistenti richieste di denaro del proprio figlio “và a Tarino” tralasciando ogni giudizio di valore sul motivo, per cui Canistro non è legato al brigantaggio. Vorrei concludere queste note con due considerazioni simpatiche.

Una riguarda il Brigante Alonzi, di Sora, soprannominato Chiavone; di lui si dice: “era un sottufficiale con l’incarico di guardaboschi, era considerato molto audace, non era molto prestante, aveva barba e pizzo, molto curato, occhi azzurri, sguardo profondo, taglia media; amava vestirsi teatralmente era di carattere allegro ed estroverso, spesso addirittura burlone, perfino non malvagio e (galante e seduttivo con le donne) aveva la velleità di imitare Garibaldi”. Quanti di noi da bambini non ci siamo sentiti dire dai nostri genitori “jo brigante”, “jo brigante viola”, etc.
Fra i molti soprannomi raccolti dai paesani ci sono perfino quelli di “Chiavono” e “Chiavonitto”, pare proprio per la briosità e la seduttività caratteriale, la stessa del famoso “Chiavone”

La seconda considerazione è propria di Canistro: nel 1882 Canistro fu protagonista di una insurrezione e ribellione popolare avversa all’allora segretario comunale, Francesco Galeone, il quale, constatata la debolezza politica di Vecchiarelli Don Peppe sindaco, gestiva in prima persona una politica fiscale comoda per se, e molto gravosa per i cittadini. La rivolta divenne sempre più ostile e i toni sempre più forti fino all’esplosione finale, che vide la mobilitazione di tutto il paese: ci furono lotte, feriti, prigionieri maschi e femmine e perfino morti. Rileggiamo alcuni versi della popolare “Satera de Caliono” del paesano Pietro Benegni:

“Dentro il Canistro ci risiedeva un gran birbone
per nome era chiamato Francesco Galeone.
Era lui, si era lui che volea Canistro assassinà.
Era cattivo e s’era, “fatto no cano!
“Sicciso chi ci dicea …
Abbasso il municipio e fore Caliono…
Sorti brutto coniglio
Da quel nascondigli va via, fuori di qua…
Sono un padre di famiglia …
Non servono lamenti né raccomandazioni.
Reporta li quatrini, la moneta d’ argento.
Sennò qualche tormento a casa tua verrà”.

La caratteristica principale del Brigantaggio era quella di farsi la legge per conto proprio, di sostituirsi alla legge e di farsi giustizia. Sotto questo aspetto non solo Canistro, ma tutta la Valle Roveto, il Meridione, L’Italia, L’Europa e il mondo intero, tanta e difficile strada dovrà percorrere, perché ci sarà qualcuno che crederà di valere più degli altri, di essere più bravo, più bello, più potente perché ha più soldi, più armi più potere. Grazie Brigante Viola e Chiavone. Grazie segretario Caliono, che hai suscitato in Canistro tanto sdegno ma anche tanto amore per la libertà, la solidarietà e la giustizia.

tony
Author: tony

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